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Il fallimento della didattica a distanza open source

Durante la crisi pandemica e il conseguente confinamento dei cittadini nelle proprie abitazioni, da una parte è giunta per la prima volta al grande pubblico la notizia dell’esistenza di soluzioni open source per la videoconferenza e, in misura meno ampia, per la didattica a distanza; dall’altra tuttavia è stato chiaro come, di fronte a una partenza più o meno “alla pari”, in troppi casi il mondo open source non sia riuscito neanche a concludere la gara.

Un venditore sa come vendere

Le soluzioni proprietarie sono state adottate quasi universalmente da tutte le scuole per erogare le lezioni on line riscuotendo, rispetto alle soluzioni open, un apprezzamento quasi unanime da parte di insegnanti, studenti e genitori.

Il motivo principale di questa disfatta del mondo open source risiede principalmente nel modello di promozione commerciale che contraddistingue i due ambiti; infatti le soluzioni SaaS (Software as a Service) proprietarie contano su un posizionamento commerciale molto più focalizzato sul consumatore.

Quello del consumatore finale è a tutti gli effetti il paradiso del SaaS: grazie alle corrette strategie di marketing, a squadre di commerciali ben selezionate, al materiale promozionale curato e interessante e, soprattutto, alla capacità di trasmettere la senzazione di facilità d’uso, i giganti del software sono riusciti a conquistare una fetta importante del target di riferimento; la cosa più interessante è che lo spazio restante non è stato occupato dall’Open Source ma da aziende più piccole ma dinamiche (il caso di Zoom è indicativo) che sono riuscite a presentarsi con soluzioni che hanno saputo strappare fette di mercato consistenti.

L’esperienza insegna che, generalmente, in tutti i contesti di vendita, se il decisore dell’acquisto di una proposta SaaS è l’utilizzatore finale, la soluzione proprietaria avrà maggiore possibilità di concludere il processo di vendita con un successo.

L’esperienza insegna che, generalmente, in tutti i contesti di vendita, se il decisore dell’acquisto di una proposta SaaS è l’utilizzatore finale, la soluzione proprietaria avrà maggiore possibilità di concludere il processo di vendita con un successo.

Quando tuttavia nel processo di acquisto intervengono le funzioni di acquisto, l’ufficio legale, il reparto informatico, si ristabilisce un sostanziale equilibrio tra i modelli open e non open.

Si tratta di un fallimento?

Sostanzialmente sì. Tuttavia…

Non c’è dubbio che il lockdown abbia contributo a creare diverse condizioni utili:

  1. una spinta a far conoscere soluzioni che, fino a qualche giorno prima, erano note a una minoranza tecnologicamente preparata (e solitamente antipatica…) della società
  2. un interessante scenario sociale da studiare per comprendere cosa sia andato storto
  3. un interessante scenario commerciale da analizzare per comprendere cosa vuole il pubblico
  4. un ambiente di test mai avuto a disposizione prima utile a misurare il corretto dimensionamento di queste soluzioni in termini di banda, hardware e, soprattutto, ergonomia del software

Il rovescio della medaglia consiste naturalmente nel fatto che si sia trattato di un’occasione persa, come sono ovviamente tutte le occasioni sfumate a vantaggio della “concorrenza”, ma soprattutto è chiaro che i punti ricordati sopra hanno costituito un vantaggio soprattutto per i concorrenti.

C’è vita nella teledidattica open source?

Uno degli aspetti più paradossali è costituito che, in questi tempi di confinamento, il ventaglio di offerta della community si sia dimostrato oggettivamente di alto livello tecnico e con delle applicazioni estremamente interessanti.

L’iniziativa iorestoacasa.work è un progetto reso possibile da un gran numero di server che hanno aderito all’iniziativa; gratuito e accessibile da tutti, è interamente basato sul software libero Jitsi, che permette di gestire videoconferenze senza doversi registrare e senza dover scaricare nessun programma proprietario.

Ma senza contare la diffusione esponenziale dell’applicativo Jitsi e dei server che si sono moltiplicati (e soprattutto potenziati) negli ultimi mesi, il Politecnico di Torino è per esempio riuscito a portare le proprie iniziative di didattica a distanza sulla piattaforma Big Blue Button, consentendo a migliaia di studenti di seguire centinaia di corsi.

Cos’è andato storto?

Disintossichiamoci!

Se l’Università (forte di una intensa sensibilità verso le soluzioni a software libero) è riuscita a fare tesoro dell’esperienza del software libero, a dare la misura della debacle del “mondo libero” è stata proprio l’istituzione che dovrebbe aiutare i cittadini ad apprezzare la libertà e la conoscenza, ma che in questo caso, e quasi all’unanimità, si è affidata alle soluzioni proprietarie e ha regalato milioni di dati e informazioni ai big della teleconferenza: la Scuola.

Dal punto di vista quantitativo e da quello qualitativo (quelli sugli studenti della scuola primaria e secondaria sono tra i dati più preziosi tra quelli esistenti) è proprio qui che si è consumata la débacle.

Probabilmente le cause sono state diverse ma se ne possono individuare alcune che, più di altre, possono spiegare il fallimento della teledidattica open source:

  • le scuole, spesso prive di un capitolo di spesa significativo e specifico, sono state lasciate senza disposizioni chiare, vincolanti ed economicamente coperte;
  • se il “potere” (ministero, dirigenti scolastici) non è stato proattivo, è ancor più vero che il “contropotere” (sindacato degli insegnanti, associazioni studentesche) si è dimostrato nel caso migliore totalmente impreparato e insensibile nei confronti della tematica (in questo la differenza con l’Università è palesemente abissale)
  • la community del software libero non ha saputo sensibilizzare né il “potere” (conteso dalle big tech) né il “contropotere” (che a differenza del potere era sostanzialmente terreno vergine).

Gli alleati nella lotta per il software libero

L’ultimo punto è il più importante: infatti bisogna trasmettere il messaggio per cui la lotta per il software libero non è solo un lotta di principio (diritto alla conoscenza, trasparenza, etc) ma è prima di tutto lotta per la legalità.

In questa lotta per la legalità è evidente che le associazioni studentesche e quelle sindacali potrebbero costituire un presidio territoriale fondamentale per promuovere il software libero. E non solo nella didattica a distanza!

Il progetto di monitoraggio civico sul riuso del software

Un progetto che potrebbe fare la differenza è quello costituito da un gruppo di informatici, legali e attivisti per la trasparenza e i diritti digitali: il Progetto software libero – Monitoraggio Civico Uso e Riuso.

Questa iniziativa vuole costituire una rete di attivisti che grazie agli strumenti del FOIA consenta di monitorare il rispetto delle norme sull’acquisto e il riuso del software per le PA e, in caso contrario, intervenga attraverso un esposto alla Corte dei Conti.

Si tratta di un’iniziativa che dovrebbe essere sostenuta non soltanto dai cittadini più motivati ma che dovrebbe essere pubblicizzata anche tra le associazioni che si occupano di rispetto della legalità.

Forse, in tal modo, la prossima volta non resteremo soli a guardare i dati dei ragazzi in età scolare e dei loro insegnanti andare ad alimentare il data mining e la profilazione delle big tech; e se non #andràtuttobene, quantomeno… #andràunpomeglio!

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