Un articolo di Fanpage richiama l’attenzione su una campagna social che vorrebbe incitare “le curve” degli stadi a contrastare le proteste che gli studenti stanno portando in diverse città d’Italia.
Si tratta di una notizia preoccupante che, tuttavia, presenta anche risvolti ironici e grotteschi.
Perseguitare le tifoserie e usarle come laboratorio
Gli stadi di calcio non sono stati mai dei semplici luoghi di intrattenimento o spensieratezza sportiva, ma sono spesso stati considerati dalla stampa e dalla politica un mondo di mezzo tra la società civile e la criminalità.
Ma questa è solo la parte più appariscente: quello della gestione delle tifoserie è via via diventato un vero e proprio laboratorio sociale a cielo aperto per lo sviluppo e il perfezionamento delle più invasive tecniche di sorveglianza di massa.
Negli ultimi decenni, le curve e gli spalti sono diventati gli spazi in cui le autorità statali e le aziende tecnologiche hanno sperimentato un’architettura di controllo capillare che ha progressivamente trasformato lo spettatore in un soggetto perennemente sorvegliato, tracciato e profilato; in questo senso, le tifoserie, hanno seguito la sorte toccata anche ad altre due categorie sulle quali si è accanita la sperimentazione della tecnosorveglianza: i migranti e i detenuti.
Ma torniamo ai tifosi. Ciò che oggi costituisce la norma negli aeroporti, nelle stazioni o durante i grandi eventi cittadini affonda parte delle sue radici nelle risposte legislative e tecnologiche concepite originariamente per arginare il fenomeno dell’hooliganismo e del tifo organizzato.
All’inizio di questa trasformazione vi è stato il passaggio dalla gestione fisica dell’ordine pubblico a un modello burocratico e informativo basato sull’identificazione preventiva. In contesti come quello italiano, l’introduzione dei biglietti nominali e della celebre Tessera del Tifoso ha segnato una svolta fondamentale, imponendo la tracciabilità di ogni singolo acquirente e condizionando la fruizione di uno spettacolo al possesso di una carta dotata di microchip, spesso legata a circuiti bancari o di fidelizzazione commerciale.
Questo fenomeno ha concretizzato una singolare convergenza tra le esigenze di pubblica sicurezza e la profilazione di mercato, trasformando il tifoso in una figura costretta ad accettare la rinuncia a quote di privacy pur di esercitare la propria passione. Il superamento delle forme tradizionali di tifo ha spianato la strada a una progressiva reclusione trasparente dell’impianto sportivo, circondato da barriere fisiche, tornelli a lettura ottica e sistemi di filtraggio a più livelli.
Con l’evoluzione della tecnologia digitale, l’attenzione si è spostata dall’identificazione documentale al tracciamento biometrico e alla videosorveglianza ad alta definizione. Negli stadi di tutta Europa sono state gradualmente installate telecamere dotate di ottiche avanzate e capacità di orientamento capaci di isolare e ingrandire il volto di un individuo a decine di metri di distanza, consentendo una scansione continua dei settori della tifoseria. Tali dispositivi sono stati integrati negli anni con software per il riconoscimento facciale e persino con lettori per la scansione delle vene del palmo della mano o delle impronte digitali ai varchi d’accesso, come documentato da numerose inchieste giornalistiche e rapporti delle organizzazioni per i diritti digitali. La scusa della sicurezza ha permesso così la sperimentazione di algoritmi di intelligenza artificiale orientati all’analisi predittiva dei comportamenti di massa, trasformando l’evento sportivo in un banco di prova ideale dove valutare la precisione di strumenti che la popolazione rifiuterebbe in altri contesti della vita quotidiana.
Un po’ di bibliografia
Alcuni studi accademici coordinati nell’ambito della criminologia e della sociologia del diritto sottolineano come la figura del tifoso sia stata storicamente oggetto di un processo di demonizzazione mediatica e politica, funzionale alla creazione di uno stato di emergenza permanente.
Già Anastassia Tsoukala, criminologa e docente alla Paris-Sud University, ha scritto studi su come la minaccia del fenomeno “hooligan/ultrà” sia stata politicamente sovradimensionata per giustificare leggi speciali, restrizioni delle libertà civili e archivi di dati personali della popolazione giovanile in Europa
Uno studio del 2021 pubblicato sull’International Journal of Communication analizza come gli stadi siano divenuti “spazi di eccezione”. Gli autori spiegano come la sorveglianza biometrica (riconoscimento facciale, scansione delle vene del palmo, tracciamento smartphone) venga “normalizzata” negli stadi presentandola come un miglioramento dell’esperienza utente (es. code più rapide agli ingressi), celando in realtà la profilazione di massa e la sperimentazione di tecnologie militari/di polizia.
Saggio giuridico del DPCE focalizzato sull’impatto del GDPR (Regolamento UE sulla privacy) e dell’AI Act europeo riguardo alle sperimentazioni del riconoscimento facciale ai tornelli degli stadi europei e italiani (es. Osasuna in Spagna, Brøndby in Danimarca, prove a San Siro). Mettere a confronto l’esigenza di prevenzione ordine pubblico e il divieto di sorveglianza biometrica di massa.
Analisi giuridica e socio-economica sul modello italiano introdotto dall’ONMS (Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive). Lo studio evidenzia come la Tessera del Tifoso combinasse istanze di pubblica sicurezza (schedatura delle forze dell’ordine) a logiche commerciali di profilazione bancaria (carte prepagate collegate al rilascio del titolo), evidenziando il contrasto con le norme sul consumo e sulla privacy sancite dal Consiglio di Stato e dal Garante Privacy
Paolo Garraffa (2011) – Una tormentata vicenda: la tessera del tifoso, in RDES, Vol. 7°, Fasc. 3,. 2011
Il report congiunto di EDRi (European Digital Rights) & FSE (Football Supporters Europe) documenta casi specifici di violazione della privacy nei confronti delle tifoserie in tutta Europa:
In questo clima è diventato quasi naturale applicare misure punitive e restrizioni delle libertà personali slegate da una reale condanna penale, come il Daspo in Italia, che anticipano la pena sulla base della pericolosità presunta. Il fatto cruciale evidenziato dai ricercatori risiede nel cosiddetto effetto di contagio normativo e tecnologico: gli strumenti di controllo nati per arginare le frange estreme del tifo vengono nel tempo assimilati dall’ordinamento giuridico e trasferiti al tessuto urbano generale.
Lo dimostra il cosiddetto “Daspo urbano”, esteso ai centri storici e alle aree di degrado, ce dimostra come la logica dell’esclusione e del tracciamento dagli stadi si sia diffusa nella governance ordinaria delle città.
Come abbiamo visto, diversi reportage e indagini svolti da ONG internazionali hanno messo in luce i gravi rischi connessi a questa deriva tecnologica, primi fra tutti gli elevati tassi di errore del riconoscimento facciale che rischiano di criminalizzare ingiustamente cittadini incolpevoli, oltre alla violazione sistematica delle normative sulla protezione dei dati personali.
Le autorità di tutela della privacy hanno a più riprese bloccato o limitato i progetti più invasivi negli impianti sportivi, ma la spinta verso la digitalizzazione e la sicurezza totale continua a spingere gli stadi verso una dimensione in cui l’anonimato è del tutto bandito. La parabola delle tifoserie dimostra in definitiva che la rinuncia ai diritti fondamentali in nome dell’ordine pubblico all’interno di uno spazio delimitato come lo stadio finisce inevitabilmente per intaccare le garanzie individuali dell’intera società civile.
Alla ricerca della vittima della sindrome di Stoccolma?
L’ipotesi che oggi settori o forze paragovernative cerchino di orientare le curve calcistiche contro le recenti mobilitazioni studentesche rappresenta un paradosso politico e culturale a dir poco grottesco. Attraverso questa narrazione si vorrebbe arruolare l’antagonismo viscerale e la forza di strada delle tifoserie organizzate per trasformarle in una sorta di braccio armato o di moderne “camicie nere” da contrapporre ai giovani che protestano nelle piazze. Per giustificare o nobilitare un simile cortocircuito, mi aspetto che si ricorra anche a quella rozza strumentalizzazione del celebre pensiero espresso da Pier Paolo Pasolini all’indomani degli scontri di Valle Giulia, quando lo scrittore provocò l’opinione pubblica schierandosi polemicamente con i poliziotti figli del popolo contro gli studenti di estrazione borghese. Decontestualizzare quella riflessione poetica e provocatoria per applicarla alle dinamiche odierne significherebbe operare una manipolazione ideologica volta unicamente a soffiare sul fuoco del conflitto sociale e a creare una frattura artificiale tra soggetti che condividono, in realtà, la medesima condizione di marginalità o di pressione istituzionale. Ma si sa che la vergogna non è mai stata un freno della destra populista…
Il dato più grottesco di questa operazione infatti risiede nella rimozione totale della memoria storica recente. Per decenni, infatti, sono stati proprio i governi che si sono succeduti, unitamente agli apparati di pubblica sicurezza, a individuare nelle curve il nemico pubblico per eccellenza e il capro espiatorio ideale su cui testare normative speciali, dispositivi restrittivi e tecnologie d’indagine invasive. Dalle schedature di massa alla reclusione trasparente degli stadi, fino all’applicazione di misure amministrative preventive, i tifosi organizzati hanno vissuto sulla propria pelle cosa significhi essere identificati come una minaccia da contenere e reprimere a prescindere dal rispetto delle garanzie ordinarie. Vedere oggi quegli stessi ambiti politici strizzare l’occhio agli ultras per trasformarli in tutori informali dell’ordine contro gli studenti costituisce una tentazione manipolatoria che stravolge la realtà dei fatti.
La speranza è che il mondo delle curve possieda la lucidità necessaria per non cadere in questa trappola e per respingere una narrazione che punta esclusivamente a usarlo come manovalanza di comodo. Farsi arruolare da chi fino a ieri ha invocato tolleranza zero e repressione sanzionatoria nei confronti degli spalti significherebbe cadere in una manifesta forma di sindrome di Stoccolma, manifestando una subalternità psicologica e politica verso i propri storici carcerieri. Comprendere i meccanismi di questo gioco di sponda è fondamentale affinché le tifoserie non si lascino strumentalizzare, evitando di diventare lo strumento inconsapevole di una guerra tra poveri diretta da chi ha tutto l’interesse a dividere le piazze per governarle meglio.
Un articolo di Fanpage richiama l’attenzione su una campagna social che vorrebbe incitare “le curve” degli stadi a contrastare le proteste che gli studenti stanno portando in diverse città d’Italia.
Si tratta di una notizia preoccupante che, tuttavia, presenta anche risvolti ironici e grotteschi.
Perseguitare le tifoserie e usarle come laboratorio
Gli stadi di calcio non sono stati mai dei semplici luoghi di intrattenimento o spensieratezza sportiva, ma sono spesso stati considerati dalla stampa e dalla politica un mondo di mezzo tra la società civile e la criminalità.
Ma questa è solo la parte più appariscente: quello della gestione delle tifoserie è via via diventato un vero e proprio laboratorio sociale a cielo aperto per lo sviluppo e il perfezionamento delle più invasive tecniche di sorveglianza di massa.
Negli ultimi decenni, le curve e gli spalti sono diventati gli spazi in cui le autorità statali e le aziende tecnologiche hanno sperimentato un’architettura di controllo capillare che ha progressivamente trasformato lo spettatore in un soggetto perennemente sorvegliato, tracciato e profilato; in questo senso, le tifoserie, hanno seguito la sorte toccata anche ad altre due categorie sulle quali si è accanita la sperimentazione della tecnosorveglianza: i migranti e i detenuti.
Ma torniamo ai tifosi. Ciò che oggi costituisce la norma negli aeroporti, nelle stazioni o durante i grandi eventi cittadini affonda parte delle sue radici nelle risposte legislative e tecnologiche concepite originariamente per arginare il fenomeno dell’hooliganismo e del tifo organizzato.
All’inizio di questa trasformazione vi è stato il passaggio dalla gestione fisica dell’ordine pubblico a un modello burocratico e informativo basato sull’identificazione preventiva. In contesti come quello italiano, l’introduzione dei biglietti nominali e della celebre Tessera del Tifoso ha segnato una svolta fondamentale, imponendo la tracciabilità di ogni singolo acquirente e condizionando la fruizione di uno spettacolo al possesso di una carta dotata di microchip, spesso legata a circuiti bancari o di fidelizzazione commerciale.
Questo fenomeno ha concretizzato una singolare convergenza tra le esigenze di pubblica sicurezza e la profilazione di mercato, trasformando il tifoso in una figura costretta ad accettare la rinuncia a quote di privacy pur di esercitare la propria passione. Il superamento delle forme tradizionali di tifo ha spianato la strada a una progressiva reclusione trasparente dell’impianto sportivo, circondato da barriere fisiche, tornelli a lettura ottica e sistemi di filtraggio a più livelli.
Con l’evoluzione della tecnologia digitale, l’attenzione si è spostata dall’identificazione documentale al tracciamento biometrico e alla videosorveglianza ad alta definizione. Negli stadi di tutta Europa sono state gradualmente installate telecamere dotate di ottiche avanzate e capacità di orientamento capaci di isolare e ingrandire il volto di un individuo a decine di metri di distanza, consentendo una scansione continua dei settori della tifoseria. Tali dispositivi sono stati integrati negli anni con software per il riconoscimento facciale e persino con lettori per la scansione delle vene del palmo della mano o delle impronte digitali ai varchi d’accesso, come documentato da numerose inchieste giornalistiche e rapporti delle organizzazioni per i diritti digitali. La scusa della sicurezza ha permesso così la sperimentazione di algoritmi di intelligenza artificiale orientati all’analisi predittiva dei comportamenti di massa, trasformando l’evento sportivo in un banco di prova ideale dove valutare la precisione di strumenti che la popolazione rifiuterebbe in altri contesti della vita quotidiana.
Un po’ di bibliografia
Alcuni studi accademici coordinati nell’ambito della criminologia e della sociologia del diritto sottolineano come la figura del tifoso sia stata storicamente oggetto di un processo di demonizzazione mediatica e politica, funzionale alla creazione di uno stato di emergenza permanente.
Già Anastassia Tsoukala, criminologa e docente alla Paris-Sud University, ha scritto studi su come la minaccia del fenomeno “hooligan/ultrà” sia stata politicamente sovradimensionata per giustificare leggi speciali, restrizioni delle libertà civili e archivi di dati personali della popolazione giovanile in Europa
Anastassia Tsoukala (2009) – Football hooliganism in Europe: Security and civil liberties in the balance
La sorveglianza del tifoso diventa qualcos’altro
In questo clima è diventato quasi naturale applicare misure punitive e restrizioni delle libertà personali slegate da una reale condanna penale, come il Daspo in Italia, che anticipano la pena sulla base della pericolosità presunta. Il fatto cruciale evidenziato dai ricercatori risiede nel cosiddetto effetto di contagio normativo e tecnologico: gli strumenti di controllo nati per arginare le frange estreme del tifo vengono nel tempo assimilati dall’ordinamento giuridico e trasferiti al tessuto urbano generale.
Lo dimostra il cosiddetto “Daspo urbano”, esteso ai centri storici e alle aree di degrado, ce dimostra come la logica dell’esclusione e del tracciamento dagli stadi si sia diffusa nella governance ordinaria delle città.
Come abbiamo visto, diversi reportage e indagini svolti da ONG internazionali hanno messo in luce i gravi rischi connessi a questa deriva tecnologica, primi fra tutti gli elevati tassi di errore del riconoscimento facciale che rischiano di criminalizzare ingiustamente cittadini incolpevoli, oltre alla violazione sistematica delle normative sulla protezione dei dati personali.
Le autorità di tutela della privacy hanno a più riprese bloccato o limitato i progetti più invasivi negli impianti sportivi, ma la spinta verso la digitalizzazione e la sicurezza totale continua a spingere gli stadi verso una dimensione in cui l’anonimato è del tutto bandito. La parabola delle tifoserie dimostra in definitiva che la rinuncia ai diritti fondamentali in nome dell’ordine pubblico all’interno di uno spazio delimitato come lo stadio finisce inevitabilmente per intaccare le garanzie individuali dell’intera società civile.
Alla ricerca della vittima della sindrome di Stoccolma?
L’ipotesi che oggi settori o forze paragovernative cerchino di orientare le curve calcistiche contro le recenti mobilitazioni studentesche rappresenta un paradosso politico e culturale a dir poco grottesco. Attraverso questa narrazione si vorrebbe arruolare l’antagonismo viscerale e la forza di strada delle tifoserie organizzate per trasformarle in una sorta di braccio armato o di moderne “camicie nere” da contrapporre ai giovani che protestano nelle piazze. Per giustificare o nobilitare un simile cortocircuito, mi aspetto che si ricorra anche a quella rozza strumentalizzazione del celebre pensiero espresso da Pier Paolo Pasolini all’indomani degli scontri di Valle Giulia, quando lo scrittore provocò l’opinione pubblica schierandosi polemicamente con i poliziotti figli del popolo contro gli studenti di estrazione borghese. Decontestualizzare quella riflessione poetica e provocatoria per applicarla alle dinamiche odierne significherebbe operare una manipolazione ideologica volta unicamente a soffiare sul fuoco del conflitto sociale e a creare una frattura artificiale tra soggetti che condividono, in realtà, la medesima condizione di marginalità o di pressione istituzionale. Ma si sa che la vergogna non è mai stata un freno della destra populista…
Il dato più grottesco di questa operazione infatti risiede nella rimozione totale della memoria storica recente. Per decenni, infatti, sono stati proprio i governi che si sono succeduti, unitamente agli apparati di pubblica sicurezza, a individuare nelle curve il nemico pubblico per eccellenza e il capro espiatorio ideale su cui testare normative speciali, dispositivi restrittivi e tecnologie d’indagine invasive. Dalle schedature di massa alla reclusione trasparente degli stadi, fino all’applicazione di misure amministrative preventive, i tifosi organizzati hanno vissuto sulla propria pelle cosa significhi essere identificati come una minaccia da contenere e reprimere a prescindere dal rispetto delle garanzie ordinarie. Vedere oggi quegli stessi ambiti politici strizzare l’occhio agli ultras per trasformarli in tutori informali dell’ordine contro gli studenti costituisce una tentazione manipolatoria che stravolge la realtà dei fatti.
La speranza è che il mondo delle curve possieda la lucidità necessaria per non cadere in questa trappola e per respingere una narrazione che punta esclusivamente a usarlo come manovalanza di comodo. Farsi arruolare da chi fino a ieri ha invocato tolleranza zero e repressione sanzionatoria nei confronti degli spalti significherebbe cadere in una manifesta forma di sindrome di Stoccolma, manifestando una subalternità psicologica e politica verso i propri storici carcerieri. Comprendere i meccanismi di questo gioco di sponda è fondamentale affinché le tifoserie non si lascino strumentalizzare, evitando di diventare lo strumento inconsapevole di una guerra tra poveri diretta da chi ha tutto l’interesse a dividere le piazze per governarle meglio.